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Vento di speranza: gli ‘amici’ dei giovani giornalisti

 

Tra le tante cose che si potevano dire a favore di noi aspiranti, illusi, giornalisti o “scribacchini”, Gianni Mura ha detto quelle più vere. Provocato da un sarcastico e pungente, ma anche amichevole Smorto (coo-direttore della Repubblica), sulla situazione in Italia delle giovani promesse della “macchina da scrivere”, ha risposto “Se non hai una raccomandazione non vai avanti; puoi essere bravo quanto ti pare ma, qui in Italia, rimani sempre allo stesso punto”. Questa è una realtà che in molti conosciamo e che condividiamo, chi da più anni chi da meno, ma che nessuno hai mai ascoltato seriamente quando è stata esplicata. Non cambieranno le cose le parole di Mura ma, come una brezza estiva, rincuorano in qualche modo: se se ne è reso conto un giornalista come lui, forse ce ne sono altri; e tanto basta per continuare a battere su questa macchina da scrivere digitale. Ma non è solo Mura a spezzare una lancia a favore di chi non può attraversare la soia dei mass media. Confortante è anche il workshop di Olivieri Toscani “Il giornale che vorrei”. Un luminare per molti fotoreporter, ma anche un tramite tra il giornalismo di stampa e quello d’immagine. “Odio i computer, più di tre mi danno fastidio”: sembrerebbe una frase di chi non vuole progredire verso un nuovo modo di raccontare; ma in realtà ‘Il Toscani’ è un rivoluzionario, lascia grande spazio alla gioventù e ad un modo unico di fare notizia: le immagini raccontano la realtà, ma quella più naturale e a volte divertente, senza scadere nell’oblio dei soliti argomenti. Lui crede nei giovani e fonda il proprio giornale, “Colors”, prendendo aspiranti inediti e spedendoli a fare foto, a commentarle e a ricercare ‘pezzi’. Un sognatore, ma che regala una speranza a tutti noi.  Altra alternativa che  viene in mente è quella di cambiare stato dove cercare un qualche tipo di prospettiva; ed ecco che l’occasione viene proposta su un piatto d’argento: andare in America. Sarebbe possibile, tranne per il piccolo fatto che gli stati uniti sono avanti a noi anni luce e, per loro, fare il giornalista vuol dire saper far tutto. Lo spiega Stefano Valentino, italiano doc, giornalista da diversi anni e oramai al passo con il nuovo giornalismo (tutto sul web). Illustra come il futuro del giornalista non è da ricercare nella solita stampa ma nel web, e come in internet non si debba più aspirare al modo canonico di fare notizia ma usando una nuova metodologia chiamata Web 2.0. Spiega le modalità, le affinità con il lavoro ‘classico’ e soprattutto che a Berkeley, come in America, chi vuol diventare giornalista, deve anche imparare a usare il computer come un programmatore. Insomma quello che rimane di questa giornata, alla fine, sono parole tristi per un futuro che già appariva buio, ma in qualche modo lasciano anche una strana sensazione che implica il continuare a scrivere, con la speranza che in Italia, in America o in qualsiasi altro mondo (virtuale o non), esista ancora un posto e un tempo dove si possa continuare a battere su questi tasti.
Abramo Chiccarelli    

 

 

Pubblicato il 23/4/2010 alle 9.13 nella rubrica diario.

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