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        <title type="html"><![CDATA[Vento di speranza: gli ‘amici’ dei giovani giornalisti]]></title>
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          <![CDATA[
		  <p>&nbsp;</p>
<div><span style="color: #000000">Tra le tante cose che si potevano dire a favore di noi aspiranti, illusi, giornalisti o &ldquo;scribacchini&rdquo;, Gianni Mura ha detto quelle pi&ugrave; vere. Provocato da un sarcastico e pungente, ma anche amichevole Smorto (coo-direttore della Repubblica), sulla situazione in Italia delle giovani promesse della &ldquo;macchina da scrivere&rdquo;, ha risposto &ldquo;Se non hai una raccomandazione non vai avanti; puoi essere bravo quanto ti pare ma, qui in Italia, rimani sempre allo stesso punto&rdquo;. Questa &egrave; una realt&agrave; che in molti conosciamo e che condividiamo, chi da pi&ugrave; anni chi da meno, ma che nessuno hai mai ascoltato seriamente quando &egrave; stata esplicata. Non cambieranno le cose le parole di Mura ma, come una brezza estiva, rincuorano in qualche modo: se se ne &egrave; reso conto un giornalista come lui, forse ce ne sono altri; e tanto basta per continuare a battere su questa macchina da scrivere digitale. Ma non &egrave; solo Mura a spezzare una lancia a favore di chi non pu&ograve; attraversare la soia dei mass media.&nbsp;Confortante &egrave; anche il workshop di Olivieri Toscani &ldquo;Il giornale che vorrei&rdquo;. Un luminare per molti fotoreporter, ma anche un tramite tra il giornalismo di stampa e quello d&rsquo;immagine. &ldquo;Odio i computer, pi&ugrave; di tre mi danno fastidio&rdquo;: sembrerebbe una frase di chi non vuole progredire verso un nuovo modo di raccontare; ma in realt&agrave; &lsquo;Il Toscani&rsquo; &egrave; un rivoluzionario, lascia grande spazio alla giovent&ugrave; e ad un modo unico di fare notizia: le immagini raccontano la realt&agrave;, ma quella pi&ugrave; naturale e a volte divertente, senza scadere nell&rsquo;oblio dei soliti argomenti. Lui crede nei giovani e fonda il proprio giornale, &ldquo;Colors&rdquo;, prendendo aspiranti inediti e spedendoli a fare foto, a commentarle e a ricercare &lsquo;pezzi&rsquo;. Un sognatore, ma che regala una speranza a tutti noi. &nbsp;Altra alternativa che &nbsp;viene in mente &egrave; quella di cambiare stato dove cercare un qualche tipo di prospettiva; ed ecco che l&rsquo;occasione viene proposta su un piatto d&rsquo;argento: andare in America. Sarebbe possibile, tranne per il piccolo fatto che gli stati uniti sono avanti a noi anni luce e, per loro, fare il giornalista vuol dire saper far tutto. Lo spiega Stefano Valentino, italiano doc, giornalista da diversi anni e oramai al passo con il nuovo giornalismo (tutto sul web). Illustra come il futuro del giornalista non &egrave; da ricercare nella solita stampa ma nel web, e come in internet non si debba pi&ugrave; aspirare al modo canonico di fare notizia ma usando una nuova metodologia chiamata Web 2.0. Spiega le modalit&agrave;, le affinit&agrave; con il lavoro &lsquo;classico&rsquo; e soprattutto che a Berkeley, come in America, chi vuol diventare giornalista, deve anche imparare a usare il computer come un programmatore. Insomma quello che rimane di questa giornata, alla fine, sono parole tristi per un futuro che gi&agrave; appariva buio, ma in qualche modo lasciano anche una strana sensazione che implica il continuare a scrivere, con la speranza che in Italia, in America o in qualsiasi altro mondo (virtuale o non), esista ancora un posto e un tempo dove si possa continuare a battere su questi tasti.</span></div>
<div><span style="color: #000000">Abramo Chiccarelli&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </span></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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        <published>2010-04-23T07:13:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Impressioni d'aprile]]></title>
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          <![CDATA[
		  <span style="color: rgb(51, 51, 51); font-size: 12px; line-height: 19px; ">Ieri, martedì, l’arrivo a Perugia con una mia amica e il mio zaino. Roma Perugia sono vicine, due ore e mezza di bus, ma Perugia è un altro mondo. Mi ha accolta il “Piazzale dei partigiani”: assolato e deserto, con gente che aspettava qualcuno e che ha sciolto le sue attese in un abbraccio. Ieri ci si riconosceva per i cartellini rossi al collo, oggi le facce ci sono già più familiari. Ieri c’era una sorta di paura di chiedere e di domandare, oggi è un aiutarsi vicendevole. Ieri con lo zaino pesante ho cavalcato la scala mobile che attraversava le viscere di Perugia. Come a bordo di un tappeto voltante mi sono ritrovata su un magnifico , nel centro di Perugia, proprio di fronte al Brufani. Ieri incontro di benvenuto e silenzio di circostanza. Adesso qui è un vorticoso rincorrersi di tentativi di connessione e un battere quasi schizofrenico di polpastrelli sulla tastiera. Oggi Cominciano gli incontri e gli appuntamenti. Tanti gli incontri. Noi cominciamo a provare nuovi mezzi come la radio, la tv, i web magazine. Proviamo ad inventarci nuove maniere per allargare la portata del Festival. Buona partecipazione attiva, virtuale ed inter-attiva!<br style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; ">Teresa Manuzzi</span>            
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        <published>2010-04-22T07:03:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Per 5 giorni Perugia è patria della comunicazione]]></title>
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          <![CDATA[
		  <span style="font-family: 'Lucida Grande'; font-size: 13px; line-height: 19px; white-space: pre-wrap; ">D</span><span style="font-size: 13px; line-height: 19px; white-space: pre-wrap; ">a buon perugino, Corso Vannucci ha un significato storico e sociale per me: sono cresciuto facendo mille volte quel percorso, ma sempre in situazioni differenti. Per la prima volta ieri mi sono ritrovato a solcare ancora quelle pietre di basalto in cerca della “via del giornalismo”. Ora non so se tale si può considerare per tutti coloro che, come me, partecipano come volontari al Festival Internazionale del Giornalismo; ma sono certo che quelli che oggi hanno saltato da una conferenza all’altra facendo interviste, ascoltando argomenti seri, partecipando a dibattiti sui più disparati problemi e facendo miliardi di foto, si sono resi conto della grande opportunità offerta ad una città come “Augusta Perusia”. Alla fine gli argomenti di spicco sono sempre i soliti, ma è il come vengono affrontati che distingue queste cinque giornate da tutto quello che si legge nei giornali o si vede negli altri mezzi di comunicazione. Ne è stato un esempio Myrta Merlino: grande economista, giornalista attenta e soprattutto con una dialettica molto comprensibile, anche per un profano come me.  Tanto comprensibile che ci ha fatto capire a tutti che l’Italia è, non solo in crisi, ma in via di peggioramento e che è possibile un declino ancora più profondo.  Naturalmente la Melino ha suggerito anche delle soluzioni, ma non ha nascosto il timore che questi suggerimenti siano solo parole al vento. Altro intervento, che in molti forse non hanno considerato all’altezza, è stato quello di Oliviero Beha: “Il Calcio, Le Pagine Sportive, Il Racconto Di Una Generazione”. Insieme a Gianni Perrelli, noto scrittore, giornalista dell’Espresso e ancor prima del Corriere Dello Sport e grande voce di un'Italia fatta di reportage, hanno creato quell’ambiente che in pochi si aspettavano di vedere in questo evento: un dibattito senza peli sulla lingua dagli scandali del calcio ai problemi istituzionali degli ultimi tempi. D’altronde da due grandi giornalisti come loro si poteva pretendere di meno? Per concludere la giornata in leggerezza, uno potrebbe pensare di andare a vedere Luca Valtorta, direttore di “XL”, e la sua amica Carmen Consoli che fanno una “chiacchierata”; ma anche li, dopo dei simpatici aneddoti sulla gioventù e sulla figura paterna, si parte per un viaggio tra i problemi dell’Italia, dall’impatto non proprio positivo della cosiddetta ‘trash tv’, per passare poi alla pedofilia, alla mafia e a tutto ciò che c’è di poco ‘puro’ nel “Bel Paese”. Ecco cosa ha portato il festival a Perugia: chiarezza, intelligenza e gente che non ha paura di parlare, nel bene o nel male. Certo questi tre esempi sembreranno meno di rilievo davanti a conferenze come quelle di Concita De Gregorio, Bill Emott e Gad Lerner , ma in realtà sono solo un volto più nascosto di quel giornalismo italiano che non vuole piegarsi. </span><div><span style="font-size: 13px; line-height: 19px; white-space: pre-wrap; ">Abramo Chiccarelli</span>            </div>
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        <published>2010-04-22T06:52:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Anteprima Festival]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <span style="color: rgb(51, 51, 51); font-size: 12px; "><p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; margin-top: 15px; margin-right: 0px; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; line-height: 160%; ">l Festival Internazionale del Giornalismo 2010 (o International Journalism Festival che fa più figo. o proprio IJF) comincerà domani, 21 Aprile. Oggi invece c’è stata l’Anteprima. Apertura delle mostre alla Rocca Paolina, nelle interiora di Perugia, tra cui quelle sul terremoto d’Abruzzo di tre volontari: Alì Al-Sumayin, Alessandro Di Maio e Valeria Gentile. Una più bella dell’altra.</p><p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; margin-top: 15px; margin-right: 0px; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; line-height: 160%; ">Dopo il gelato ai giardini del Pincetto è stato piantato quell’albero dedicato a Peppino Impastato, sradicato a Bergamo qualche tempo fa. A scoprire la targa il sindaco di Perugia e l’organizzatrice del Festival Arianna Ciccone.</p><p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; margin-top: 15px; margin-right: 0px; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; line-height: 160%; "><img src="http://media.tumblr.com/tumblr_l17gfa5zXq1qassby.jpg" alt="" style="outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; display: block; border-top-width: 1px; border-right-width: 1px; border-bottom-width: 1px; border-left-width: 1px; border-top-style: solid; border-right-style: solid; border-bottom-style: solid; border-left-style: solid; border-top-color: rgb(153, 153, 153); border-right-color: rgb(153, 153, 153); border-bottom-color: rgb(153, 153, 153); border-left-color: rgb(153, 153, 153); padding-top: 2px; padding-right: 2px; padding-bottom: 2px; padding-left: 2px; margin-top: 15px; margin-right: 0px; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; "></p><p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; margin-top: 15px; margin-right: 0px; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; line-height: 160%; ">Poi tutti alla Sala dei Notari per la Welcome Session. Le centinaia di volontari arrivati da tutto il mondo con spregio ai rutti del vulcano (e con una ventina di coincidenze ferroviarie prese) sono stati divisi in gruppi in base a ciò di cui si occuperanno. Logistica, comunicati stampa, webtv, webradio, liveblogging, webmagazine, fotografia…</p><p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; margin-top: 15px; margin-right: 0px; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; line-height: 160%; ">Mentre il Barcellona vinceva uno a zero, ascoltavo un po’ annoiato il reading (musicato) di Antonello Caporale di passi dei suoi libri, alla Sala dei Notari. Quando stavo per scappare a vedere quella partita promettente Caporale mi ha folgorato con questa: <span style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; ">Prob (Tt= St)=(1-Mt)k.<span style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; "> La formula matematica della mediocrità. Ha chiesto a due giovani ricercatori, che guardacaso lavorano in Spagna, di trovare la formula che dimostrasse che la distanza tra il Talento e il Successo è la potenza della Mediocrità. (per la dimostrazione precisa qui: <a href="http://shop.bcdeditore.it/product.php?productid=16372" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; color: rgb(0, 102, 153); ">http://shop.bcdeditore.it/product.php?productid=16372</a>). Pappa per la mia esterofilia ma il lieto fine ridimensiona tutto. Caporale rassicura gli aspiranti giornalisti. Ci vuole passione. fatica. e passione.</span></span></p><p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; margin-top: 15px; margin-right: 0px; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; line-height: 160%; "><span style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; "><span style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; ">…</span></span></p><p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; outline-style: none; outline-width: initial; outline-color: initial; margin-top: 15px; margin-right: 0px; margin-bottom: 15px; margin-left: 0px; line-height: 160%; ">Pierpaolo Filomeno</p></span>            
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        <published>2010-04-20T07:01:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Journalism Lab]]></title>
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          <![CDATA[
		  Il giornalismo tradizionale sta vivendo una evidente crisi economica e di identità. Il giornalismo che innova e che si trasforma attraverso i nuovi media, internet, sta vivendo una stagione vitalmente evolutiva.&nbsp; Le nuove generazioni che si avvicinano al mestiere del giornalismo o anche le meno giovani che sanno usare i nuovi strumenti e i nuovi linguaggi dimostrano di avere una capacità diversa di crescita e una velocità di evoluzione non conosciuta al mondo tradizionale.<br>Per questo il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia ha pensato di realizzare <a href="http://www.ijf10.org/it/menu/programma/journalism-lab/">Journalism Lab</a>: un contenitore fisico e concettuale di persone, eventi ed incontri legati al mondo del giornalismo digitale, dei nuovi media, delle scuole di giornalismo, del citizen journalism, dei giornali universitari, delle webradio, delle webtv, di internet e del web 2.0.<br>Un sottoinsieme della kermesse del Festival che cercherà di esplorare tutto quello che sta trasformando il modo di realizzare, ma anche di consumare l’informazione. Uno spazio che sarà un cantiere aperto e un laboratorio per discutere, condividere e comprendere le modalità e i modelli economici del giornalismo che verrà.<br><br>            
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        <published>2010-04-18T02:04:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[LE VOCI GLOBALI AL FESTIVAL]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <div align="justify"><strong>Bernardo Parrella</strong>, coordinatore di Global Voices in Italiano, ci parla di un nuovo progetto al via (<a href="http://www.lastampa.it/vociglobali">Voci  Globali</a>) e degli sviluppi del citizen journalism.<br><br><strong>Finalmente le voci globali arrivano anche in Italia. Siete diventati partner de <a href="http://http://www.lastampa.it/redazione/default.asp">LaStampa.it</a><a href="http://http://www.lastampa.it/redazione/default.asp">,</a> ma i quotidiani italiani faticano ad entrare nel nuovo mondo del citizen journalism?</strong><br><br>Faticano, e non poco, direi soprattutto per la tipica lentezza nostrana nell’abbracciare il cambiamento in generale e in ambito strettamente mediatico per l’altrettanto tipica abitudine a procedure 'top-down', dove sarebbero solo i professionisti dell’informazione a poter informare il cittadino ignorante, e ciò stride ancor più anche rispetto alla scena europea, dove già in Spagna e Francia i citizen media sono assai più presenti e apprezzati da tempo, incluse commistioni con testate tradizionali.<br>È pur vero però che negli ultimi tempi si sono finalmente aperte delle brecce, anche per rispondere alla dilagante crisi del giornalismo tradizionale, con blogger variamente ripresi (e finanche assunti) dai quotidiani italiani, rilanci su settimanali e siti web, oltre ovviamente alla vivace scena online in senso stretto. Il progetto 'Voci Globali' vuole quindi proporsi come ulteriore contributo lungo la strada ormai obbligata dei 'giornalismi possibili', delle contaminazioni trasversali tra individui, testate, organizzazioni e strumenti rese possibili dall'onda digitale. Il punto complessivo è coinvolgere in maniera sempre più diretta e interattiva persone e realtà italiane nella conversazione globale odierna.<br><br><strong>Parlami delle vostre voci globali, perchè proprio questi blog? c'è un disegno unitario nella scelta di determinati blog, paesi, argomenti?</strong><br><br>Estendendo al meglio il modello di Global Voices Online e usando i riferimenti dei suoi vari collaboratori, per 'Voci Globali' abbiamo scelto inizialmente 25 blog rappresentativi delle varie regioni-continenti del mondo e centrati su temi d’attualità. In gran parte sono però poco noti a pubblico e testate nostrane, e anzi tralasciamo appositamente gran parte del mondo occidentale, Europa e Usa inclusi, dove già esistono un’abbondanza di canali ed opportunità comunicative. Ci sono, ad esempio, Afghan Women's Writing Project, Registan, Teeth Maestro (Asia), Talk Morocco e Urshalim (Medio-oriente), Blog de Viajes e Periodismo de Paz (Sudamerica), Congogirl, Blacklooks e Fakosan (Africa), Repeating Islands (Caraibi), oltre a vari blog personali quali Ethan Zuckerman, Juliana Rotich, Rebecca McKinnon. L'idea è evitare la trappola dei 'blogger famosi' (che è anche una contraddizione di termini) per provare piuttosto ad ampliare e approfondire la portata delle molte voci indipendenti online, non filtrate e in presa diretta, che offrano rilanci intelligenti e stimolanti, privilegiando un approccio 'glocale'.<br>Pubblicando almeno un post al giorno in italiano, tradotto da varie lingue oltre l'inglese, l'idea è altresì quella di andare oltre il ricorso ai citizen media solo in caso di eventi di risonanza mondiale (tipo il terremoto ad Haiti o il Movimento Verde iraniana), quando cioè i media tradizionali non possono da soli informare adeguatamente nè stare al passo con i rilanci del social network in loco. Vogliamo cioè offrire uno spaccato del fluire quotidiano di tali situazioni 'glocali', onde ampliarne e legittimarne l'importanza nel contesto normale di un'informazione sempre più dinamica per natura. Non a caso, oltre che come rubrica fissa, i post di 'Voci Globali' vengono regolarmente ripresi nella sezione esteri de <a href="http://http://www.lastampa.it/redazione/default.asp">LaStampa.it</a>, di fianco a notizie più tradizionali, e alcuni verranno pubblicati settimanalmente anche sull'edizione cartacea (ad esempio, domenica 21 febbraio c'e' l'intero post sulle "Biblioteche ambulati nel terzo mondo"). Ovviamente e' un progetto in divenire continuo, con i necessari aggiustamenti anche rispetto ai blog internazionali seguiti, mentre il materiale e' rilasciato sotto licenza Creative Commons e aperto ai commenti dei lettori online, oltre che a ogni suggerimento (questa l'email: <a href="mailto:vociglobali@lastampa.it">vociglobali@lastampa.it</a>).<br><br><strong>È un giornalismo completamente diverso dalle statiche testate che siamo abituati a conoscere e va al di là di ogni possibile giornalismo oggettivo anglosassone. Non c'è dubbio che sarà il futuro dell'informazione, forse unica speranza per i giovani di entrare in qualche redazione. Oppure i vecchi giornalisti tradizionali sapranno reinventarsi?</strong><br><br>Esatto: qui dinamismo e fluidità sono le parole d'ordine, con l'annessa e super-necessaria ricontestualizzazione del concetto stesso di "oggettivita' giornalistica", ormai obsoleto e inadatto a spiegare e intervenire sulla realtà quotidiana. Certo, la speranza è che queste dinamiche possano integrarsi in maniera intelligente e creativa, cosa non sempre possibile sia per il rumore che innegabilmente gira in Rete sia per certe resistenze dei "professionisti". Ma di certo la globalizzazione digitale (nelle sue caratteristiche positive in tal senso) va rivelando un esercito di persone - entusiaste, capaci e motivate in ogni angolo del pianeta - disposte a rimboccarsi le maniche per dar finalmente vita a quel villaggio globale già delineato da Marshall McLuhan negli anni '60, seppur in modalita' un attimo diverse. E trattandosi in maggioranza di iniziative volontarie e non-profit, altro aspetto cruciale del giornalismo partecipativo, ovvio che i giovani siano in prima fila - ma qui c'e' spazio per tutti e anzi vanno condivise al meglio le rispettive competenze, tenendo bene a mente che l'importante e' rimanere giovani nel cuore e nella mente, non certo sul passaporto.<br></div><br>Di Serena Schiavone<br><br><strong></strong><br>            
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        <published>2010-02-22T09:33:00Z</published>
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              Festivaldelgiornalismo
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        <title type="html"><![CDATA[La ‘’redazione G’’]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>Non si tratta più di convergenza fra carta e web, ma di andare in massa sulla rete, dove batte il cuore dell’ informazione – La ‘’bi-medialità’’ blocca e fa diventare schizofrenici, dice Benoit Raphael, delineando un nuovo modello di redazione (la ‘’Google Newsroom’’, appunto) fatta per l’ 80% di ‘’giornalismo che crea valore’’ e per il restante 20% di supersegretari di redazione e di community manager incaricati della ‘’messa in scena’’ dei contenuti sulla carta e sugli altri supporti<br></div><div>———-</div><div><strong>Révolutionner la presse: la ”Google Newsroom”</strong></div><div>di Benoit Raphael</div><div>(da Demain tous journalistes?)</div><div><br></div><div>E’ da diverso tempo che vengono proposti modelli di redazione integrata (<a href="http://www.journalism.co.uk/5/articles/53034.php">il modello più noto è quello proposto dall’ Ifra, vedi anche qui</a>). Un esempio è la redazione integrata del Daily Telegraph, anche se al primo approccio fa venire un po’ di strizza.</div><div>Il problema è che, molto spesso, questi modelli troppo teorici si scontrano con la realtà delle redazioni: che sono fatte di giornalisti stampa-centrici con una debolissima agilità web. Ma soprattutto di giornalisti divisi fra ‘’due media’’ a cui si dice: dovete scrivere per due media. Cosa che provoca due tipi di blocco:</div><div>1) Il web non è un tubo in cui si fa passare qualsiasi contenuto e gli articoli per la carta sono molto spesso inadatti al web e al mobile (per esempio, a Monde.fr gli articoli dei giornalisti del cartaceo costituiscono il 30% della produzione ma meno del 15% del traffico). Non basta quindi scrivere e infilare nel tubo. Ma bisogna produrre un contenuto in funzione di un ambiente.</div><div>Oggi si fa lo stesso errore col mobile, spingendo semplicemente i con tenuti web nelle applicazioni nomadi.</div><div>2) I giornalisti diventano schizofrenici. Diventano ‘’bi-mediali’’ e hanno l’ impressione di ‘’bi-lavorare’’, cosa che per loro vuol dire ‘’due volte di più’’… Conseguenza: continuano a produrre con un punto di vista cartaceo.</div><div>Bisogna invece dimenticare questa vecchia nozione di fusione delle redazioni e fare una scelta, andare là dove l’ informazione respira, dove i lettori/utenti sono connessi e coinvolti, creare una sola redazione ‘’lì dove le cose accadono’’, e cioè sulla rete. E’ il cuore dell’ informazione. Tutto il resto non è altro che messa in scena.</div><div>Perché la rete? Perché l’ era Google ha rivoluzionato tutto. E ha determinato l’ emergere (e la necessità) di quello che si chiama giornalismo in rete. Un giornalismo che abbandona la semplice produzione di contenuti per diventare processo, e che si appoggia sulla forza della rete (frammentazione dell’ informazione, nuovi ritmi, media sociali, contenuti generati dall’ utente…) per produrre e distribuire l’ informazione.</div><div>Non vi troverete allora più con una redazione ‘’bi-media’’, né con due redazioni (una web, una cartacea), ma con tre redazioni che suddivido in due sottogruppi:</div><div>1 giornalismo di produzione di valore (la redazione Google)</div><div>1 giornalismo di messa in scena (community management e segreteria di redazione)</div><div>Come vedete non uso la parola ‘giornalista’’ ma ‘’giornalismo’’. Il giornalismo inteso come una funzione (cosa che implica la condivisione di competenze giornalistiche con dei non professionisti del settore) e non come un mestiere.</div><div>Facciamo l’ esempio della redazione di un giornale cartaceo, che chiameremo “L’ espoir”.</div><div>- 100.000 copie/giorno</div><div>- 1€</div><div>- 36 pagine.</div><div>- Redazione stampa: 85 giornalisti + 7 della segreteria di redazione.</div><div>- Redazione web: 7 giornalisti + 1 community manager.</div><div>Quindi 100 giornalisti.</div><div>Una bella redazione. Anche se è un po’ sbilanciata. Troppo pochi sul web e troppo stretti sulla carta.</div><div>Immaginiamo ora una nuova redazione. Sempre con i nostri 100 giornalisti. Ma una redazione che mettiamo quasi interamente sul ‘’digitale’’, cosa che ci consentirà di essere primi sull’ informazione web e mobile.</div><div>Pubblicando anche un giornale di qualità maggiore, che ci permetterà di far alzare le vendite, e quindi il prezzo. E, nello stesso tempo, di guadagnare più soldi.</div><div><span><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/134344/1.jpg" alt=""></span><br></div><div><br></div><div><strong>Giornalismo di produzione di valore: la Redazione Google</strong></div><div>Composta di 80 giornalisti e comprende alche le altre produzioni giornalistiche (attraverso il giornalismo di link), i blog e più in generale l’ attività degli utenti che fanno capo alla testata.</div><div>Gli 80 giornalisti sono raggruppati in 10 ‘’unità operative’’, cioè in poli tematici. Un po’ come dei media indipendenti (che potrebbero anche avere dei marchi diversi) guidati &nbsp;(o meno) da un responsabile di settore, attorno a cui si polarizzano 8 giornalisti, dei blogger, una comunità, oltre a 1 addetto al marketing e 1 addetto al commerciale (che piotrebbe comunque operare per più poli). Ogni polo potrebbe avere il suo segretario di redazione e il suo community manager.</div><div>(Si potrebbero comunque immaginare anche 3 grossi poli di 16 giornalisti ciasscuno e 3 politi di 10 giornalisti, ecc.)</div><div>Ciascun polo si organizza per produrre del giornalismo di valore aggiunto. Dove viene costantemente posta la seguente questione: poiché tutti trattano più o meno le stesse notizie sulla rete, quale sarà il mio valore aggiunto?</div><div>Vi ritroverete dunque:</div><div>- dei cronisti (giornalisti+blogger): essi non ‘’coprono’’ l’ attualità, non ribattono le agenzie, ma riportano informazioni</div><div>Vanno sul terreno del web, il terreno ‘’reale’’. Pubblicano a diversi ritmi: live tweeting, articoli, video, dati, inchieste… Possono anche animare una comunità di blogger/lettori con cui co-produrre dell’ informazione.</div><div>- dei ‘’curatori’’ (giornalisti+appassionati): che, al contrario, ‘’coprono’’ l’ attualità, setacciando, verificando e ‘’passando’’ tutto quello che di meglio si fa sul web e sui media. Fanno del giornalismo di link o l’ organizzano, rendono l’ informazione più accessibile.</div><div>- degli ‘’storici’’ (blogger, giornalisti, esperti): aprono conversazioni e mettono in prospettiva.</div><div>Giornalismo di messa in scena:</div><div>- Una equipe di 10 supersegretari di redazione, incaricati di mettere in scena l’ informazione nelle 36 pagine. Lavorano solo su 3-4 pagine ciascuno ma devono fare un vero lavoro di segretaria di redazione ‘’all’ anticas’’. Recuperano i contenuti pubblicati dalla ‘’redazione Google’’ e li fanno vivere in modo diverso. Il loro compito è di rendere l’ informazione più leggibile, più visuale, di fare tutto quello che il web non sa fare. Possono anche chiedere ai giornalisti, o recuperare sul web, via agenzie, dei contenuti complementari.</div><div>Un bell’ esempio di quello che la carta è in grado di fare: <a href="http://www.quintatinta.com/2009/11/17/i-tambien-es-el-periodico-mejor-disenado-de-europa/">il quotidiano portoghese&nbsp;</a><span><a href="http://www.quintatinta.com/2009/11/17/i-tambien-es-el-periodico-mejor-disenado-de-europa/"><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/134344/2.jpg" alt=""></a></span></div><div><br></div><div><div>Ovviamente, con l’ aiuto degli addetti alla SdR ogni unità operativa digitale può decidere anche di produrre delle pubblicazioni extra su carta.</div><div>- Una equipe di 10 community managers e giornalisti specializzati nei dati (data journalists), incaricati di mettere in scena l’ informazione suol web e il mobile. Di fatto devono soprattutto curare il versante degli utilizzatori dell’ informazione e occuparsi della qualità del coinvolgimento (nel senso del termine americano ‘’engagement’’) dell’ utente rispetto ai contenuti proposti.</div><div>E lavorano anche sulla messa in scena dell’ informazione sotto forma di data-base&nbsp;</div><div><a href="http://www.journalistiques.fr/post/2009/06/19/Le-New-York-Times-exploite-l-interactivite-comme-valeur-ajoutee-a-l-information">(come fa ad esempio il New York Times</a>).</div><div><br></div><div>Oltre che sulla costruzione di pagine di argomenti specifici (‘’topics’’) che mettono assieme, sulle pagine web, l’ essenziale di quello che bisogna sapere su un determinato argomento di attualità (post, link, tweet, dati d’ archivio, ecc.). Una cosa che fanno molto bene all’<a href="http://www.huffingtonpost.com/news/haiti-earthquake">Huffington Post con le loro “big news pages”</a>&nbsp;(come quella qui sotto).</div><div><br></div><div><span><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/134344/3.jpg" alt=""></span><br></div><div><br></div><div>Risultato, una Redazione in rete, potente, completamente riorganizzata. La Redazione Google.</div><div>80 Google Journalists, sarebbe la principale Redazione online di Francia.</div><div>Immaginate la stessa cosa con i 200 giornalisti delle grandi redazioni dei quotidiani nazionali.</div><div>Mi chiederete: ma gli 80 giornalisti del cartaceo saranno in grado di andare sulla rete? In molte redazioni il livello web è vicino allo zero.</div><div>Io penso di sì. Quello che blocca è il bi-media, la schizofrenia. Ora, se il messaggio e l’ ambiente sono chiari, un buon giornalista farà del buon giornalismo.</div><div>I più restii avranno la possibilità di spostarsi su una funzione di segreteria di redazione non più polverosa ma creativa.</div><div>E’ un modello che naturalmente si può facilmente riprodurre per la televisione e la radio. Che ne pensate?</div><div><br></div><div>da&nbsp;<a href="http://www.lsdi.it/2010/01/19/la-%E2%80%98%E2%80%99redazione-g%E2%80%99%E2%80%99/">lsdi</a><br></div></div>
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        <published>2010-01-21T09:33:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Il Festival Internazionale del Giornalismo racconta  Maria Grazia Cutuli]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <div>Sarà dedicato alla giornalista del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli la nuova edizione del concorso giornalistico “Una storia da raccontare” organizzato dal Festival Internazionale del Giornalismo e dall’Associazione Ilaria Alpi. L’obiettivo del premio è raccontare la storia di Maria Grazia Cutuli attraverso articoli scritti o video- reportage. La giornalista del Corriere della Sera &nbsp;fu uccisa in un agguato il 19 novembre 2001, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul. Nell’attentato, organizzato presumibilmente da un gruppo di talebani, persero la vita anche l’inviato de El Mundo Julio Fuentes e due corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari. &nbsp;Maria Grazia Cutuli, di origine siciliane, iniziò a collaborare con La Sicilia per poi trasferisi a Milano, prima ad Epoca e poi al Corriere della Sera.<br></div><div>La precedente edizione del concorso “Una storia da raccontare”, giunto al quarto anno, era stata intitolata al giornalista napoletano ucciso dalla camorra Giancarlo Siani. C’è tempo fino al 21 marzo per la produzione di articoli scritti o in video. La premiazione del vincitore avverrà all’interno del Festival Internazionale del Giornalismo 2010 che si terrà a Perugia dal 21 al 25 aprile.</div><div><br></div><div>di Gerardo Adinolfi</div><div><br></div><div><font face="AZBY">scarica il bando&nbsp;</font></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div>
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        <published>2010-01-19T10:24:00Z</published>
        <updated>2010-01-19T10:24:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[Si dimezzeranno in 30 anni i lettori di quotidiani in Usa]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>Nel 2025 la popolazione dei lettori di quotidiani in Usa sarà inferiore di un terzo e fra 30 anni si ridurrà del 50% – Le&nbsp;stime di Alan Mutter in una serie di proiezioni realizzate sulla base dei dati e delle tendenze attuali pubblicate su&nbsp;Reflections of a Newsosaur – La metà dei lettori hanno dai 50 anni in su, anche se questa fascia di età rappresenta&nbsp;solo il 30% della popolazione totale ed è ragionevole arguire che l’ audience globale diminuirà a mano a mano che&nbsp;la vecchia generazione muore – Le variabili dell’ andamento economico e della pubblicità -Il problema per gli editori</div><div>sarà vedere fino a che punto l’ audience sarà ampia talmente da giustificare le enormi spese di gestione e di&nbsp;funzionamento necessarie per produrre e distribuire un giornale a livello di massa.</div><div>———-</div><div><strong>How long can print newspapers last?</strong></div><div>di Alan Mutter</div><div>(Reflections of a Newsosaur)</div><div>Parlando in termini attuariali la popolazione dei lettori di giornali diminuirà negli Stati Uniti di circa un terzo in 15&nbsp;anni e probabilmente sarà meno della metà di quanto è ora entro il 2040.</div><div>La contrazione inevitabile – e apparentemente irreversibile – dell’ audience dei lettori di quotidiani è una delle prime&nbsp;risposte a una delle questioni che sento porre più frequentemente: fino a quando si continueranno a stampare i&nbsp;quotidiani?</div><div>La stampa è importante, naturalmente, visto che genera il 95% dei redditi di una azienda tradizionale di quotidiani.&nbsp;Fermate le rotative e la maggior parte delle aziende si ridurranno al massimo a un sito web con una redazione&nbsp;scheletrica che si regge con introiti pubblicitari pari al 5-10% del reddito precedentemente prodotto.</div><div>Il futuro della stampa dipende da tre principali variabili: la domanda dei consumatori, la salute dell’ economia e il&nbsp;bisogno futuro di pubblicità sui giornali che avranno gli operatori economici.</div><div>Se non è chiaro quale potrà essere il futuro in relazione all’ andamento dell’ economia e alla domanda pubblicitaria,&nbsp;ci sono pochissimi dubbi sul fatto che la domanda di giornali fra i lettori diminuirà con l’ invecchiamento della&nbsp;popolazione. Ecco perché:</div><div>Dai dati disponibili sappiamo con un ragionevole grado di certezza che la metà dei lettori di quotidiani hanno dai 50&nbsp;anni in su, anche se questa fascia di età rappresenta solo il 30% della popolazione totale. Possiamo concludere sulla&nbsp;base della distribuzione demografica dei lettori che le persone con meno di 50 anni sono meno disponibili alla lettura&nbsp;dei quotidiani rispetto a quelli più anziani di loro. E sappiamo anche che i lettori più vecchi probabilmente moriranno&nbsp;prima di quelli più giovani.</div><div>Poiché non è prevedibile che accada qualcosa che possa modificare le scelte di consumo dei lettori giovani, è&nbsp;ragionevole arguire che l’ audience globale dei lettori diminuirà a mano a mano che la vecchia generazione muore.</div><div>Se si fa una proiezione della futura distribuzione di età dei lettori di giornali, si può comninciare a intuire fino a quando&nbsp;l’ audience sopravviverà. E’ quello che ho fatto combinando i dati dell’ ultimo censimento con le tavole attuariali e&nbsp;un recente studio sul consumo dei media realizzato dal Pew Research Center for People and the Press.</div><div>Come accennavo all’ inizio, le mie proiezioni prevedono che circa un terzo dei lettori dei quotidiani se ne sarà andata&nbsp;nel 2025 e che la stessa cosa succederà alla metà dell’ audience a partire dal 2040.</div><div>Dunque.&nbsp;Lo studio del Pew, diffuso a settembre, aveva sottolineato come le persone di età inferiore ai 50 anni erano meno&nbsp;disponibili di quelli più anziani di loro a considerare i quotidiani come la fonte principale di informazione. Quanto ai&nbsp;più giovani, mentre utilizzano i quotidiani come una fonte per le informazioni locali, la loro disponibilità viene meno&nbsp;quando si passa alle questioni di carattere nazionale e Internazionale, come si vede dalla tabella qui sotto.</div><div>Basandomi sui quattro gruppi di età identificati dal Pew, ho utilizzato i dati demografici per valutare il n umero attuale&nbsp;di lettori in ciascuna fascia di età. Ne è venuto fuori che attualmente circa 89 milioni di americani leggono i giornali&nbsp;per le notizie locali e che il 51% dell’ audience hanno 50 anni o più, anche se le persone appartenenti a questa fascia&nbsp;di età rappresentano solo il 30% della popolazione degli Stati Uniti.</div><div>La distribuzione dei lettori di giornali per età dovrebbe quindi essere la seguente:</div><div>Sulla base dei dati illustrati qui sopra, ho usato alcune proiezioni per predire il numero di lettori di giornali nel 2025 e&nbsp;nel 2040:</div><div>:: La metà degli attuali lettori ultra50enni dovrebbero morire entro il 2025 e l’ altra metà entro il 2040. Questa&nbsp;proiezione è basata sugli ultimi dati relativi all’ aspettativa di vita (pubblicati dalla Social Security Administration),</div><div>che sarebbe di 78,5 anni per i maschi e di 82,5 per le femmine di oltre 50 anni.</div><div>:: A causa poi delle nuove tecnologie relative al consumo di notizie, ho immaginato che la readership dovrebbe calare&nbsp;nella fascia di oltre 50 anni del 15% entro il 2025 e del 25% entro il 2040. E probabilmente si tratta di stime molto&nbsp;prudenti. In altre parole, scommetteri che i lettori giovani abbandoneranno la carta più rapidamente di quanto la mia&nbsp;previsione ufficiale sostiene.</div><div>Dopo aver ruminato tutti questi dati, ho trovato (come illustra la tabella qui sotto) che il consumo di quotidiani&nbsp;dovrebbe calare del 27% a partire da oggi e fino al 2025 e di circa il 50% da oggi al 2040.</div><div>Il problema per gli editori sarà vedere fino a che punto l’ audience sarà ampia talmente da giustificare le enormi spese&nbsp;di gestione e di funzionamento necessarie per produrre e distribuire un giornale a livello di massa.</div><div>Per quanto tempo gli editori ce la faranno ancora a stampare?</div><div>A meno che la pubblicità non riemerga dal suo spettacolare crollo e ricominci rapidamente a crescere di nuovo, gli&nbsp;editori scopriranno in pochi anni che non potranno più permettersi di continuare a stampare giornali. Mentre per una&nbsp;decina d’ anni o poco più (vedi sopra) ci sarà un numero sufficiente di lettori interessati a comprare ancora i&nbsp;quotidiani, gli alti costi fissi associati alla produzione e alla distribuzione suggeriscono che qualche editore potrebbe&nbsp;non essere più in grado di sostenere a lungo la stampa anche se la domanda sembra tenere.</div><div>Sono arrivato a questa conclusione cercando di prevedere la redditività dell’ editoria quotidiana per i prossimi 15 anni.&nbsp;Le previsioni, che coinvolgono diversi parametri soggetti a variazioni, vengono determinate da un certo numero di&nbsp;asserzioni arbitrarie, come spiegato sotto.</div><div>Ma queste proiezioni in ogni caso indicano chiaramente che gli editori che continueranno a seguire un approccio&nbsp;economico tradizionale all’ industria dei quotidiani potranno scoprire che il processo di stampa, nel peggiore dei casi,&nbsp;diventerà insostenibilmente antieconomico in cinque anni. Alcuni fattori, come vedremo, potrebbero migliorare o&nbsp;accelerare questa tendenza.</div><div>Senza dubbio, la variabile fondamentale nella previsione del futuro della stampa è se, e quanto, le vendite pubblicitarie&nbsp;si riprenderanno da questo calo senza precedenti del 40% che hanno registrato dal momento del grande picco&nbsp;favorevole dei 49 miliardi di dollari del 2005.</div><div>Ecco perché l’ osservazione della pubblicità è importante:</div><div>:: Se si pensa che le inserzioni sulla carta stampata smetteranno di crollare e ricominceranno a crescere con la ripresa</div><div>dell’ economia nei prossimi anni, allora probabilmente la stampa avrà ancora un qualche futuro nei prossimi decenni.</div><div>:: Se si ritiene che il declino della pubblicità continuerà in maniera lenta ma costante, allora la stampa avrà ancora&nbsp;alcuni (pochi) anni discrete prima che inevitabilmente i costi fissi bruceranno quell po’ di profitto che dovesse restare,&nbsp;rendendo il sostenere economicamente insostenibile.</div><div>:: Se infine pensate che il calo della pubblicità registrato in questi quattro anni dovesse accelerare ancora, allora&nbsp;liberatevi prima che potete della carta in magazzino, se avete pesce da incartare o cuccioli di cane da educare a fare i&nbsp;bisogni.</div><div>Nel tentativo di illustrare quale di questi tre scenari si dovesse delineare, ho messo a punto un modello per valutare la&nbsp;futura redditività in tutti e tre i casi fino al 2025. Ho usato le stesse proiezioni in ogni caso, variando solo il tasso di&nbsp;crescita o di caduta della pubblicità in ciascuno scenario.</div><div>Sono partito in tutte le ipotesi da un dato commune relativo al 2009, primo anno del modello: le vendite pubblicitarie&nbsp;erano pari a 28 miliardi di dollari; gli editori hanno speso 16,8 miliardi di dollari (il 60% dei ricavi) per la produzione e&nbsp;la distribuzione, e i profitti prima delle imposte erano pari a 4,2 miliardi di dollari (il 15% dei ricavi).</div><div>Visto che i costi di produzione e distribuzione in larga parte sono fissi, ho mantenuto costante il costo di produzione in&nbsp;ciascun anno in tutti e tre i casi. In realtà, naturalmente, i costi di produzione e distribuzione variano da anno ad anno,&nbsp;calando se cala la foliazione, il numero di copie e la distribuzione. Dall’ altro lato però non mi sono preoccupato&nbsp;troppo di ritoccare l’ inflazione, i benefit, il costo di carta, inchiostro, energia e delle altre voci che verosimilmente&nbsp;cresceranno un po’ con gli anni.</div><div>Inoltre, non ho inserito nei calcoli eventuali risparmi che gli edfitori potrebbero realizzare attraverso qualche misura&nbsp;straordinaria come l’ eliminazione delle edizioni in alcuni giorni della settimana, la modulazione dei costi di&nbsp;abbonamento rispetto a quelli di vendita, lo spostamento all’ esterno delle aziende di alcuni passaggi produttivi rimasti&nbsp;finora interni o l’ accorpamento delle linee di stampa di più giornali contemporaneamente.</div><div>Le uniche variabili considerate, invece, sono quelle relative all’ evoluzione del mercato pubblicitario.</div><div>Eccole:</div><div>:: Ipotesi ottimistica – Le vendite di pubblicità calano del 10% nel 2010, restano invariate nel 2011 e crescono del 2%&nbsp;all’ anno nel 2012 e negli anni successive.</div><div>:: Ipotesi mediana – Le vendite di pubblicità calano del 15% nel 2011, slittano del 5%nel 2012 e poi declinano del 2%&nbsp;negli anni successivi.</div><div>:: Ipotesi pessimistic – Le vendite crollano del 20% nel 2010, calano del 15% nel 2011 e poi declinano a un ritmo del&nbsp;5% nel 2012 e in ciascunio degli anni seguenti.</div><div>L’ effetto sugli introiti pubblicitari vengono delineati nela Figura n. 1 e l’ impatto sui profitti pre-imposte nela Figura&nbsp;n. 2.</div><div>Come si può notare, nel primo caso l’ industria dei quotidiani si tira fuori dalla caduta in picchiata della pubblicità&nbsp;(fig. 1) e torna a un confortevole tasso di profitto (fig. 2).</div><div>Negli altri due casi, invece, il tasso di profitto viene eroso in pochi anni. Se restassero stabili gli altri parametric, il&nbsp;settore diventerebbe antieconomico in cinque anni nell’ ipotesi mediana e in un tempo molto minore nell’ ipotesi&nbsp;peggiore.</div><div><span><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/134344/Mutter4.jpg" usemap="#rade_img_map_ctl00_cph_PostEditor1_editor_0" border="0">&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/134344/Mutter5.jpg" alt=""></span></div><div><br></div><div>Naturalmente non è immaginabile che tutto resti fermo. A parte quei manager dei giornali tanto testardi da continuare&nbsp;ad attenersi alle politiche industriali tradizionali nella speranza di essere riportati in alto da una rapida e robusta ripresa&nbsp;dell’ economia, è ragionevole ritenere che molti editori stiano cominciando a fare qualcosa di nuovo e di diverso per&nbsp;cercare di modificare il deterioramento delle condizioni economiche che stanno minacciando il loro core business.</div><div>Non so che cosa le ultime innovazioni possano dare. Quello che mi preoccuperebbe davvero è se gli editori non ne&nbsp;facessero, nessuna.</div><div><br></div><div>da <font><font face="AZBY">lsdi</font></font></div><map id="rade_img_map_ctl00_cph_PostEditor1_editor_0" name="rade_img_map_ctl00_cph_PostEditor1_editor_0"><area shape="RECT" coords="10,10,30,30" href="http://"></map>
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		  <div style="text-align: justify;">Insieme alle tradizionali feste di fine anno quest'anno va festeggiata una ricorrenza speciale: Global Voices Online compie cinque anni!<br><br>Era infatti il dicembre 2004 quando il workshop di una giornata dedicato al global blogging alla Harvard University dava il via al progetto Global Voices Online - oggi divenuto una vibrante community inclusiva di una varietà di culture e linguaggi, centrata su specifici progetti che privilegiano i valori umani: sforzo comune di quanti vogliano assumersi la responsabilità per il futuro del mondo e agire di conseguenza.<br><br>In questi cinque anni di vita, il sito-madre di GV ha prodotto quasi 57.000 post giornalieri più altrettanti commenti e innumerevoli brevi, molti dei quali localizzati nelle 17 lingue diverse del Progetto Lingua - altra colonna portante dell'intero network-community che include inoltre Advocacy e Threatened Voices, siti-progetti a tutela della libertà di parola nel mondo, e Rising Voices, iniziativa mirata a dare visibilità a specifici gruppi e comunità tramite i citizen media.<br><br>Analogamente la redazione italiana, lanciata nel maggio 2008, si è rapidamente consolidata producendo finora circa 1.200 post e decine di notizie brevi, con una ventina di traduttori attivi e positivi rilanci e riscontri da una varietà di testate, blog, individui a livello nazionale.<br><br>Il workshop ad Harvard sfociò in una piattaforma-web per dare risalto a storie e punti di vista personali e raggiungere così un pubblico globale, amplificando opinioni e riflessioni di quella massa critica di blogger con valori condivisi che andava emergendo in molte regioni del mondo. Per imporsi rapidamente come fattivo esempio del giornalismo partecipativo sull'onda della penetrazione della Rete.<br><br>"La comunità di GV non si è lasciata invischiare nelle innumerevoli polemiche sull'opportunità di considerare i blogger giornalisti oppure no, o sull'importanza di Internet per l'imprenditoria mediatica. E neppure GV resta intrappolata nel dibattito sulla capacità o meno di Internet di veicolare la democratizzazione del pianeta. Come community operativa, siamo ben più interessati a tirarci su le maniche e impegnarci per affrontare problemi più tangibili: riempire i non pochi vuoti presenti nel discorso pubblico e fare il possibile per livellare l'enorme quantità di squilibri, le disuguaglianze e le ingiustizie presenti nell'informazione globale."<br><br>Così fotografa la situazione Rebecca McKinnon, co-fondatrice di GV insieme a Etahn Zuckerman, in un post che riassume i passi percorsi finora, gli obiettivi del progetto e le prospettive future - con una moltitudine di link ai documenti di quei giorni e altri approfondimenti. E aggiunge: "Oggi possiamo contare su una straordinaria squadra multinazionale che si adopera per coordinare le varie componenti di Global Voices. Ma l'anima del network rimangono le centinaia di volontari che rubano tempo alle proprie attività, studi, e obblighi famigliari per contribuire alla costruzione di un discorso pubblico globale più aperto e partecipativo."<br><br>Proprio per ampliare al massimo la conversazione sull'attualità internazionale, i contenuti di Global Voices possono essere liberamente ripresi in base alla licenza Creative Commons, mentre sono sempre benvenute partnership/collaborazioni con testate e siti online di ogni tipo e fattura.<br><br>Per saperne di più sui cinque anni di vita di GV e sugli sviluppi futuri, ecco la traduzione integrale italiana dell'intervento di Rebecca McKinnon:<br><a href="http://it.globalvoicesonline.org/2009/12/global-voices-online-compie-cinque-anni-tanti-auguri/">http://it.globalvoicesonline.org/2009/12/global-voices-online-compie-cinque-anni-tanti-auguri/</a><br><br>Dettagli, contatti e informazioni: &lt;<a href="mailto:italiano@globalvoicesonline.org">italiano@globalvoicesonline.org</a>&gt;<br><br>Di Bernardo Parrella<br>            </div>
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        <published>2010-01-04T11:32:00Z</published>
        <updated>2010-01-04T11:32:00Z</updated>
        
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              Festivaldelgiornalismo
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